Conflitto israelo-palestinese e incapacità di porvi fine. L'opinione di un pacifista israeliano
Quando guardare avanti sembra impossibile
Il popolo palestinese ha sofferto molto. Le sue sofferenze sono cominciate ancora prima che la sua identità si cristallizzasse e, come altre nazioni formatesi in reazione al colonialismo, anche quella palestinese ha visto i propri confini definiti dagli avversari: i sionisti. In ogni conflitto, di volta in volta, i palestinesi hanno perso sempre di più, la maggioranza è stata cacciata dalle proprie case e ha dovuto rifarsi una vita altrove. Tutta l'esperienza palestinese è segnata dalla deportazione e dall'oppressione, solitamente perpetrata da Israele, ma troppo spesso anche da altri arabi.

Per 2.000 anni della loro storia, gli ebrei sono stati perseguitati e hanno dovuto fuggire di terra in terra, senza mai avere una patria propria né un riconoscimento di diritto, trovandosi sempre ospiti in paesi stranieri e alla mercé della benevolenza altrui. La storia ebraica in Europa è stata contrassegnata da innumerevoli pogrom, una parola che peraltro è entrata nelle lingue dell'Europa occidentale provenendo dall'Yiddish. Le comunità che vivevano nel mondo musulmano erano sottoposte a discriminazioni sistematiche, spesso accompagnate da umiliazioni quotidiane, rituali.


Non risolvere, raccontare
La tragedia del conflitto israelo-palestinese è l'incapacità dei due popoli di porvi fine. Entrambe le parti preferiscono raccontare, rinarrare e ripetere la loro tristissima storia, a se stessi come agli altri. Il solo fatto di possedere una storia preziosa, in cui "noi" siamo assolutamente innocenti e "loro" indiscutibilmente malvagi, è considerato un patrimonio inestimabile: "noi" siamo dalla parte del giusto. Anche il fatto che questa posizione perpetui le guerre degli ultimi decenni, insopportabili per entrambi, rimane offuscato dietro tutta la rettitudine di cui si ammanta questa storia.

La maggioranza delle persone appartenenti ad entrambi i popoli riesce a intuire vagamente perché l'altra parte meriti comprensione, ma è troppo presa dall'autocommiserazione per comprendere fino in fondo che cosa succede dall'altra parte o per guardare al futuro. E' sorprendente, dal punto di vista umano, ma si attribuisce più importanza ad essere nel giusto che a tutte le altre cose, come godersi la natura, la cultura, la vita. Come due bambini che bisticciano, entrambi preferiscono stabilire "chi ha cominciato" piuttosto che intrattenere una discussione fruttuosa sul futuro. Entrambi esaltano i sacrifici dei loro martiri e spregiano quanti vogliono emigrare alla ricerca di una vita migliore. E il solo desiderio di vivere bene è considerato segno di egoismo, se non di tradimento.


Gli insegnamenti
Personalmente sono un israeliano discendente da una famiglia ebraica di origine ungherese e lituana. La mia famiglia ha dovuto patire grandi sofferenze durante la Seconda guerra mondiale come nelle guerre in Medio Oriente. E' possibile trarre due insegnamenti dal genocidio della Seconda guerra mondiale, entrambi possono essere riassunti nello slogan "mai più". La prima lezione è la seguente: «non permetteremo mai che una cosa simile avvenga di nuovo, né a noi né a nessun altro». Si tratta di una conclusione morale: alcuni atti (razzismo, genocidio, violazione dei diritti umani e civili) non si devono commettere.

L'altro insegnamento che si può trarre dalla Seconda guerra mondiale è: «non permetteremo mai che una cosa simile avvenga di nuovo a noi». Si tratta di una lezione che coinvolge particolarmente "noi", in quanto ebrei: il mondo è pieno di malvagità e noi non dobbiamo più essere vittime. La conclusione conduce assai facilmente ad accrescere la nostra potenza, per poi somministrare ad altri abusi tali che se fossero inferti a noi ci farebbero gridare allo scandalo, e non a torto. Triste a dirsi, ma Israele sembra aver tratto proprio questa seconda conclusione. Durante le guerre della ex-Jugoslavia, quando i musulmani bosniaci venivano rinchiusi in campi di concentramento e ridotti alla fame, Israele non trovò alcuna ragione particolare per intervenire, visto che le vittime non eravamo "noi" e quindi non erano fatti nostri.


Criminologia
E' un fatto ben documentato che i pedofili e gli autori di crimini sessuali in generale sono stati a loro volta, nella maggioranza dei casi, vittime di analoghi abusi. La vittima capisce fin troppo chiaramente che, sulla scena di un crimine, una persona detiene il potere (il criminale) mentre l'altra soffre della sua impotenza (la vittima stessa). Quest'ultima (specialmente se non si affida ad una psicoterapia) tende a saltare alla conclusione che il mondo sia un luogo sordido abitato da persone spietate e che nessuno protegga gli innocenti. Per questo, per non rimanere vittime, occorre scegliere l'altra opzione, per quanto penosa possa essere: diventare carnefici. Analogamente, gli ebrei giustificano le loro violenze ai danni dei palestinesi invocando le sofferenze che hanno contrassegnato la loro storia, mentre i palestinesi giustificano i loro misfatti (il terrorismo internazionale è stato in larga parte fondato dai palestinesi) con le crudeltà loro inferte, principalmente da Israele.


Ampliare la prospettiva
Finora, lo scenario è assai deprimente. E a guardar bene è addirittura peggiore: questa torva rappresentazione moralistica è anche lo specchio di relazioni interculturali più ampie. L'occidente (giudaico-cristiano) si sente tradito dal terzo mondo, che non apprezza "nemmeno" le tecnologie e il progresso offerti dalla cultura occidentale. Da parte sua, il mondo arabo-musulmano si sente maltrattato per la difficile situazione storica che si trova ad affrontare da solo. Le due culture si sentono molto avanzate, civili, raffinate. Ma non riescono a guardare all'altra se non in termini di avidità e imperialismo.

Sam Freed Tayavassi
Ta'ayush (Vivere insieme - organizzazione pacifista israelo-palestinese)
(Traduzione di Sabrina Fusari)